Rapporti tra accertamento tributario e processo penale

Sono ben distinte le regole tipiche del sistema tributario da quello penale,stante la relazione di autonomia tra giudizio penale e quello tributario;nessuna “automatica” autorità di cosa giudicata può attribuirsi nel giudizio tributario alla sentenza penale emessa in materia di reati tributari,ancorchè i fatti accertati siano gli stessi per i quali l’amministrazione finanziaria ha promosso l’accertamento nei confronti del contribuente.
Nell’ipotesi di fatture che l’Ufficio consideri relative ad operazioni (oggettivamente o soggettivamente) inesistenti, la prova che l’operazione commerciale in realtà non è stata posta in essere o è stata posta in essere tra altri soggetti, deve ritenersi raggiunta nel caso in cui l’amministrazione fornisca elementi che possono anche assumere la consistenza di indizi attendibili atti ad affermare che alcune fatture sono state emesse per operazioni fittizie:spetta al contribuente fornire la prova contraria che l’apparente cedente/prestatore non è un mero soggetto fittiziamente interposto e che l’operazione è stata realmente conclusa con esso (cfr CTR Lombardia sez.V n.1624/18).
Per converso è da escludere l’incidenza del giudicato tributario nel parallelo processo penale sia diversi sono gli strumenti probatori e di difesa sia perché il principio del “libero convincimento” del giudice penale non si concilia con la presenza di giudicati vincolanti. Il recepimento, da parte del giudice penale,dell’accertamento sul fatto emergente da una sentenza irrevocabile pronunciata in esito al processo tributario (caratterizzato da limitazioni alla prova) deve ritenersi consentito ai sensi dell’art. 238 c.p.p.,ma deve accompagnarsi (stante il richiamo agli artt. 187 e 192 c.p.p. contenuto in quella norma) ad una verifica delle compatibilità degli elementi su cui si fonda con le risultanze del processo penale.

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