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LA CONTESTAZIONE IN CAPO AL CONTRIBUENTE DELL’UTILIZZAZIONE DI FATTURE FALSE

Sussiste un obbligo di diligenza sostanziale nella scelta del fornitore e di attenzione ai requisiti del soggetto cedente (effettiva esistenza,efficiente struttura operativa,capacità di fornire autonomamente i beni acquistati)basato su elementi obiettivi che non possono sfuggire ad un contraente e ad un imprenditore mediamente accorto( assenza di clientela,mancanza di indici di capacità commerciale,mancanza di pubblicità o giro d’affari etc.).
La buona fede comporta la convinzione di un soggetto di agire in maniera corretta, cioè senza malizia e nel sostanziale rispetto delle regole e di non ledere nessuno:va da se’che il contribuente non può limitarsi alla sola esibizione dei mezzi di pagamento o dei documenti contabili,in quanto riscontri regolarmente posti in essere da coloro che intendono perpetrare una frode, proprio per non destare particolari sospetti (cfr CTR Lombardia sez. 14 n. 1554/18).
Ai fini della valutazione della buona fede secondo la Corte di Cassazione e la Corte di Giustizia europea occorre esibire i documenti contabili, dimostrare che i predetti documenti provengono da un soggetto realmente esistente,provare l’esistenza della sede sociale, di locali adibiti all’impresa,la presenza di titolari e/o dipendenti presso l’impresa, dimostrare che l’acquirente non ha ottenuto alcun vantaggio o benefico economico dall’eventuale frode cui ha partecipato il venditore (beni a prezzi inferiori,ristorno di pagamenti fatti per contanti etc.) ed attestare l’utilizzo di modalità di pagamento tracciabili (bonifici,assegni etc).
In definitiva di fronte ad un accertamento del agenzia volto a contestare la falsa fatturazione per operazioni inesistenti in modo da recuperare costi indeducibili ed IVA indetraibile(oltre le sanzioni) è l’amministrazione finanziaria a dover provare l’asserita inesistenza,considerando che i mezzi istruttori di cui si serve normalmente il contribuente per vincere la pretesa erariale,le fatture appunto, non possono essere invocate a sua favore in quanto affette da falsità ideologica. In seguito all’assolvimento da parte dell’Ufficio del predetto onere probatorio, quest’ultimo si sposta in capo al contribuente: nel caso di operazioni asseritamente inesistenti sotto il profilo oggettivo,il contribuente è chiamato a dimostrare l’effettività delle transazioni tramite qualsiasi elemento idoneo ad attestare l’esistenza delle merci,la relativa movimentazione ed i correlati flussi di pagamento. In ipotesi di contestazione di fatture false per operazioni soggettivamente inesistenti,il contribuente dovrà dare la prova che la transazione si è concretamente svolta tra i soggetti indicati in fattura, o in alternativa,che non sapeva nè avrebbe potuto sapere ,neppure utilizzando la buona diligenza, della frode posta in essere dai propri fornitori o dagli operatori rintracciabili a monte della filiera (cfr Il Sole 24 ore 15/06/2018 avv. G.Marzo-I. Barbieri)

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Rapporti tra accertamento tributario e processo penale

Sono ben distinte le regole tipiche del sistema tributario da quello penale,stante la relazione di autonomia tra giudizio penale e quello tributario;nessuna “automatica” autorità di cosa giudicata può attribuirsi nel giudizio tributario alla sentenza penale emessa in materia di reati tributari,ancorchè i fatti accertati siano gli stessi per i quali l’amministrazione finanziaria ha promosso l’accertamento nei confronti del contribuente.
Nell’ipotesi di fatture che l’Ufficio consideri relative ad operazioni (oggettivamente o soggettivamente) inesistenti, la prova che l’operazione commerciale in realtà non è stata posta in essere o è stata posta in essere tra altri soggetti, deve ritenersi raggiunta nel caso in cui l’amministrazione fornisca elementi che possono anche assumere la consistenza di indizi attendibili atti ad affermare che alcune fatture sono state emesse per operazioni fittizie:spetta al contribuente fornire la prova contraria che l’apparente cedente/prestatore non è un mero soggetto fittiziamente interposto e che l’operazione è stata realmente conclusa con esso (cfr CTR Lombardia sez.V n.1624/18).
Per converso è da escludere l’incidenza del giudicato tributario nel parallelo processo penale sia diversi sono gli strumenti probatori e di difesa sia perché il principio del “libero convincimento” del giudice penale non si concilia con la presenza di giudicati vincolanti. Il recepimento, da parte del giudice penale,dell’accertamento sul fatto emergente da una sentenza irrevocabile pronunciata in esito al processo tributario (caratterizzato da limitazioni alla prova) deve ritenersi consentito ai sensi dell’art. 238 c.p.p.,ma deve accompagnarsi (stante il richiamo agli artt. 187 e 192 c.p.p. contenuto in quella norma) ad una verifica delle compatibilità degli elementi su cui si fonda con le risultanze del processo penale.

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